Editoriale

Perché lamentarsi continuamente ci allontana da Dio

La “mormorazione”, le critiche, lamentarsi degli altri o anche del tempo, è un sintomo di un malessere interiore, di qualcuno che mai accetta la storia: San Paolo lo chiama l’uomo “della carne”, una persona che sempre vuole che le cose vadano come dice lui, che gli altri siano e facciano quello che a lui sembra giusto. Altrimenti, si lamenta e critica.

È quanto accade anche al profeta Elia, come ascoltiamo nella prima lettura di questa domenica, che appunto non sopporta più che la storia vada contro la sua volontà e chiede a Dio di morire (prima lettura, dal libro dei Re). Il Signore non lo abbandona, ma manda un Angelo a sostenerlo, incoraggiarlo, perché possa arrivare al monte di Dio, l’Oreb. Così anche a noi, come ad Elia, la bontà del Signore ci invia sempre degli “Angeli” a salvarci, ad annunciare che Dio non si è dimenticato di noi,  vuole salvarci da una vita lamentosa e triste.

Questa lamentela si rivolge anche verso Gesù, come ascoltiamo oggi dal Vangelo di Giovanni: «Come può dire “Sono disceso la cielo”?» Il continuo lamentarsi però “contrista lo Spirito Santo di Dio”, lo allontana, così come allontana gli altri da noi perché diventiamo insopportabili, mai contenti di nulla e di nessuno.

Soltanto quando abbiamo incontrato il Signore, incominciamo ad accettare la storia, riconosciamo che Dio fa bene tutte le cose, anche quelle che sono più difficili da accettare e da comprendere. Riconosciamo che Lui “è il Signore della storia”, che quella storia in Lui è benedetta, perché Cristo cambia la Croce in strumento di vita.

Due giorni fa abbiamo celebrato la memoria di Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, martire della fede nel Campo di concentramento di Auschwitz il 9 agosto. Nel Carmelo scrisse il suo ultimo libro intitolato Scientia Crucis: «Croce e notte sono il cammino alla luce celeste: questo è il lieto messaggio della Croce». La sua vita era cambiata radicalmente incontrando un cristiano: «Fu il momento in cui la mia irreligiosità crollò e Cristo rifulse».

mons. Antonio Interguglielmi

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