La speranza come antidoto all’angoscia è questa la prospettiva che Byung-Chul Han offre ai suoi lettori nel suo ultimo libro, appena pubblicato in italiano, intitolato “Contro la società dell’angoscia. Speranza e rivoluzione”. Una prospettiva “giubilare” se si considera che proprio la speranza è il tema centrale del Giubileo in corso. Un libro dunque che offre un sostegno filosofico alla riflessione e alla meditazione sulla speranza come virtù ma anche come via da percorrere per l’uomo moderno che vive insidiato da diversi mali che il filosofo cattolico ha più volte smascherato. Un percorso ispirato in buona parte al pensiero di Václav Havel, vittima del regime comunista ceco, per il quale “la speranza è una dimensione della nostra anima” e una “condizione dello spirito”.
Immersi nell’angoscia
Viviamo in tempo dominato dall’angoscia: “L’angoscia si aggira come uno spettro” afferma Han nel suo incipit: siamo costantemente minacciati da scenari apocalittici che ci offrono sempre nuove dosi di angoscia. Dalla pandemia alle guerre, dalla crisi climatica a quella energetica, dagli allarmi democratiche alle rivolte sociali. In questo clima il futuro appare sempre più cupo e minaccioso. Il mondo sembra aver “ceduto” all’angoscia facendo il suo gioco: dove c’è angoscia la vita cede il passo alla sopravvivenza in mezzo a mille difficoltà che appaiono insormontabili. L’angoscia non lascia spazio alla solidarietà, alla crescita, allo sviluppo, al dialogo e all’ascolto; l’angoscia impedisce la democrazia, la libertà e il libero pensiero, perché: “dove domina l’angoscia, nessuna libertà è possibile. Angoscia e libertà si escludono a vicenda” (p. 9). In una parola dove c’è angoscia non c’è speranza.
La speranza non è un ottimismo
Non si tratta tuttavia di sostituire l’angoscia con l’ottimismo che della speranza è un parente lontano. L’ottimista guarda tutto con l’ingenua certezza che tutto va e andrà per il meglio (“andrà tutto bene!”) senza la disponibilità a lasciarsi sorprendere dagli eventi (che sono già-successi, perché per l’ottimista “nulla accade”). A differenza dell’ottimista chi vive la speranza è al tempo stesso un meditativo e un temerario avventuriero che si “protende in avanti e resta in ascolto” degli eventi, pronto a prendere (conquistare) una direzione di senso. Chi è angosciato è bloccato, chiuso in una prigione, ma chi spera si porge in avanti con slancio e animosità verso il futuro, verso ciò che non è ancora, il nuovo, l’estraneo. La modalità della speranza è il non ancora, afferma il filosofo citando l’apostolo Paolo: “Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo?” (Rm 8,24). La speranza non è neanche una “psicologia positiva” che punta al raggiungimento della felicità personale eliminando ogni aspetto negativo della vita. Per la psicologia positiva la ricerca della felicità e del benessere è un fattore personale che non riguarda la società, non riguarda l’altro; si disinnesca ogni tipo di solidarietà e di comunità. Al contrario, “il soggetto della speranza è un Noi” (p. 14). Paradossalmente è proprio il ripiegamento su di sé che produce solitudine e angoscia.
L’elemento negativo
Il proliferare di like, non può soffocare l’elemento di negatività che di per sé è essenziale, come elemento di intensità, come polo negativo della stessa speranza che appare come una talpa che scava gallerie nell’oscurità della storia (Hegel). Senza negatività non resta che “la banalità dell’ottimismo”. (p. 51). Anche la speranza di Abramo nasce a partire dalla negatività di una situazione senza via di uscita: egli spera “contro ogni speranza”. Così lo dimostra l’esperienza di Václav Havel, dissidente ceco contro il regime comunista, che sperimenta una speranza assoluta “al fondo della sua più abissale disperazione”. A diffondere depressione e angoscia è la costrizione nella quale – più o meno cosciente – si sottomette, con la narcisistica aspirazione di realizzarsi, l’uomo immerso nella società della performance, della prestazione, dell’ottimizzazione e della creatività.
La vera rivoluzione
In questo contesto la speranza è l’antagonista dell’angoscia (p.19). E mentre angoscia e amore si autoescludono, “l’amore è co-implicato nella speranza” che non isola ma lega. Per questo c’è bisogno di una “politica della speranza” contro il “regime dell’angoscia”. Questa è, afferma Han, la vera rivoluzione di cui la nostra società ha bisogno: “la speranza è il fermento della rivoluzione, il fermento del nuovo: incipit vita nova” (p. 23). L’angoscia isola gli uomini e li rende sottomessi, non può dunque generare una rivoluzione. La speranza crea un Noi capace di allearsi per un nuovo mondo, un mondo migliore. La speranza è fertile perché capace di generare, aperta alla vita. Il lieto messaggio di Natale – ricorda Han – “Un bambino è nato per noi” indica il legame tra la speranza e la vita, che viene generata e accolta con fiducia nonostante le difficoltà e le ombre del mondo in cui viviamo. Come virtù attiva, la speranza è lungimirante, non si accontenta del presente ma passa all’azione per perseguire un sogno: quello di una vita nuova e migliore, «in cerca di salvezza» (p. 45). C’è un vincolo che lega dunque la speranza e la fede e che fa della speranza una virtù che trova le sue radici nel trascendente. Chi spera ha fede in mezzo alla disperazione e, al di là degli eventi negativi, nutre la convinzione che tutto abbia un senso, dunque è capace di amare, perdonare e camminare sostenuto da questa speranza sognando “ad occhi aperti”, tratteggiando e delineando il futuro (ciò-che-non-è-ancora), senza accontentarsi del (cattivo) presente.